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SAN Lorenzo Parrocchia IT - ECHI DI VITA 2020 N 47

2020 – Echi di Vita N°47 – IL PECCATO PIU’ GRANDE? SMARRIRE LO SGUARDO DI DIO

Avevo fame, avevo sete, ero straniero, nudo, malato, in carcere… Dal Vangelo emerge un fatto straordinario: lo sguardo di Gesù si posa sempre, in primo luogo, sul bisogno dell’uomo, sulla sua povertà e fragilità.

E dopo la povertà, il suo sguardo va alla ricerca del bene che circola nelle vite: mi hai dato pane, acqua, un sorso di vita, e non già, come ci saremmo aspettati, alla ricerca dei peccati e degli errori dell’uomo. Ed elenca sei opere buone che rispondono alla domanda su cui si regge tutta la Bibbia: che cosa hai fatto di tuo fratello?

Quelli che Gesù evidenzia non sono grandi gesti, ma gesti potenti, perché fanno vivere, perché nascono da chi ha lo stesso sguardo di Dio. Grandioso capovolgimento di prospettive: Dio non guarda il peccato commesso, ma il bene fatto. Sulle bilance di Dio il bene pesa di più. Bellezza della fede: la luce è più forte del buio; una spiga di grano vale più della zizzania del cuore.

Ed ecco il giudizio: che cosa rimane quando non rimane più niente? Rimane l’amore, dato e ricevuto.

In questa scena potente e drammatica, che poi è lo svelamento della verità ultima del vivere, Gesù stabilisce un legame così stretto tra sé e gli uomini, da arrivare fino a identificarsi con loro: quello che avete fatto a uno dei miei fratelli, l’avete fatto a me!

Gesù sta pronunciando una grandiosa dichiarazione d’amore per l’uomo: io vi amo così tanto, che se siete malati è la mia carne che soffre, se avete fame sono io che ne patisco i morsi, e se vi offrono aiuto, sento io tutte le mie fibre gioire e rivivere.

Gli uomini e le donne sono la carne di Cristo. Finché ce ne sarà uno solo ancora sofferente, lui sarà sofferente.

Nella seconda parte del racconto ci sono quelli mandati via, perché condannati. Che male hanno commesso?

Il loro peccato è non aver fatto niente di bene. Non sono stati cattivi o violenti, non hanno aggiunto male su male, non hanno odiato: semplicemente non hanno fatto nulla per i piccoli della terra, indifferenti.

Non basta essere buoni solo interiormente e dire: io non faccio nulla di male. Perché si uccide anche con il silenzio, si uccide anche con lo stare alla finestra.

Non impegnarsi per il bene comune, per chi ha fame o patisce ingiustizia, stare a guardare, è già farsi complici del male, della corruzione, del peccato sociale, delle mafie.

Il contrario esatto dell’amore non è allora l’odio, ma l’indifferenza, che riduce al nulla il fratello: non lo vedi, non esiste, per te è un morto che cammina.

Il male più grande è aver smarrito lo sguardo, l’attenzione, il cuore di Dio fra noi.

don Alfredo Di Stefano

 

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SAN Lorenzo Parrocchia IT - ECHI DI VITA 2020 N 46

2020 – Echi di Vita N°46 – CHIAMATI ALLA PIENEZZA E ALLA CREATIVITA’

Questa parabola è la sintesi delle due forze opposte di cui si nutre ogni vita: l’emozione e la disciplina, il talento e il lavoro. In quale servo mi riconosco?

 

Nei primi due, quelli che lavorano il loro capitale, il loro splendido dono: e vedono il mondo, gli uomini, il tutto come un dono iniziale che progredisce, un giardino incompiuto che deve crescere e fiorire? Oppure mi riconosco nel terzo servo, quello che non fa progredire niente, uomo inutile al futuro?

 

Il cuore segreto delle cose è un appello a crescere; una spirale d’amore crescente è l’energia. Come per il campo arato che non può restituire in estate solo il seme che ha ricevuto, così per noi, tra semina e mietitura, il nostro ruolo è la moltiplicazione. Pena il non senso della vita.

Il terzo servo ha un cuore malato, senza desiderio. È un esule della creazione, esiliato e inutile, non a immagine del Dio creatore, che sparge a piene mani i suoi germi di luce e di vita, con magnifica esuberanza.

 

Il terzo servo non crea più: solo conserva. Ma il mondo e il cuore non ci sono dati come cose da conservare, come fragili miracoli che possono rompersi fra le mani, ma devono ascendere gloriosamente verso la pienezza.

Non siamo dei conservatori di cose preziose e minacciate, ma dei creatori di opere nuove, servitori della forza lievitante nascosta dentro tutto ciò che vive. Solo così la nostra vita non sarà inutile al divenire comune.

Così è per i primi due servi: nella loro mente non c’è un rendiconto che incombe e turba i sonni, ma una vita che chiede di crescere.

Dio è la primavera del cosmo: a noi il compito di creare l’estate dei frutti. Il mondo è un giardino incompiuto e incamminato.

La parabola è il poema della creatività, senza voli retorici: nessuno dei servi crede di poter salvare il mondo. Tutto invece odora di casa, di viti, di olivi, di lana, di lavoro e di attesa.

Il padrone tuttavia non vuole per sé i talenti, essi restano ai servi fedeli.

Anzi li moltiplica: questa spirale d’amore crescente è il nome segreto di tutto ciò che vive.

don Alfredo Di Stefano

 

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SAN Lorenzo Parrocchia IT - ECHI DI VITA 2020 N 45

2020 – Echi di Vita N°45 – DIECI LAMPADE PER VARCARE NOTTI E SOLITUDINI

Dieci ragazze escono nella notte, armate solo di un po’ di luce; escono per andare incontro. Come la Sapienza che va incontro a chi la cerca; come noi che andremo incontro al Signore, dieci ragazze escono incontro allo Sposo: il Regno dei cieli è simile ad un incontro. Il Regno appartiene a chi sa uscire, varcare notti e solitudini, vivere d’incontri.

Ecco lo sposo! Andategli incontro!

 

In queste parole trovo l’immagine più bella dell’esistenza umana, rappresentata come un uscire e un andare incontro.

Uscire da spazi chiusi e, in fondo alla notte, lo splendore di un abbraccio. Dio come un abbraccio. L’esistenza come un uscire incontro. Fin da quando usciamo dal grembo della madre e andiamo incontro alla vita, fino al giorno in cui usciamo dalla vita per incontrare la nostra vita, nascosta in Dio.

Il secondo elemento importante della parabola è la luce: il Regno di Dio è simile a dieci ragazze armate solo di un po’ di luce, di quasi niente, del coraggio sufficiente per il primo passo.

Il regno di Dio è simile a dieci piccole luci, anche se intorno è notte. Simile a qualche seme nella terra, a una manciata di stelle nel cielo, a un pizzico di lievito nella pasta.

Ma sorge un problema: cinque ragazze sono sagge, hanno portato dell’olio, saranno custodi della luce; cinque sono stolte, hanno un vaso vuoto, una vita vuota, presto spenta.

Gesù non spiega che cosa sia l’olio delle lampade. Sappiamo però che ha a che fare con la luce e col fuoco: in fondo, è saper bruciare per qualcosa o per Qualcuno.

L’alternativa centrale è tra vivere accesi o vivere spenti.

Dateci un po’ del vostro olio perché le nostre lampade si spengono… la risposta è dura: no, perché non venga a mancare a noi e a voi. Il senso profondo di queste parole è un richiamo alla responsabilità: un altro non può amare al posto mio, essere buono o onesto al posto mio, desiderare Dio per me.

Se io non sono responsabile di me stesso, chi lo sarà per me? Parabola esigente e consolante. Tutte si addormentano, sagge e stolte, ed è la nostra storia: tutti ci siamo stancati, forse abbiamo mollato.

Ma nel momento più nero, qualcosa, una voce, una parola una persona, ci ha risvegliato. La nostra vera forza sta nella certezza che la voce di Dio verrà.

È in quella voce, che non mancherà; che verrà a ridestarmi da tutti gli sconforti; che mi rialza dicendo che di me non è stanca; che disegna un mondo colmo di incontri e di luci.

Dio non ci coglie in flagrante, è una voce che ci risveglia, ogni volta, anche nel buio più fitto, per mille strade.

A me basterà avere un cuore che ascolta, ravvivarlo come una lampada, e uscire incontro a un abbraccio.

don Alfredo Di Stefano

 

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SAN Lorenzo Parrocchia IT - ECHI DI VITA 2020 N 44

2020 – Echi di Vita N°44 – BEATITUDINI: DIO REGALA VITA A CHI PRODUCE AMORE

Le Beatitudini, che Gandhi chiamava «le parole più alte che l’umanità abbia ascoltato», fanno da collante tra le due feste dei santi e dei defunti.

La liturgia propone il Vangelo delle Beatitudini come luce che non raggiunge solo i migliori tra noi, i santi, ma si posa su tutti i fratelli che sono andati avanti. Una luce in cui siamo dentro tutti: poveri, sognatori, ingenui, piangenti feriti, e i ricomincianti.

Quando le ascoltiamo in chiesa ci sembrano possibili e perfino belle, poi usciamo e ci accorgiamo che per abitare la terra, questo mondo aggressivo e duro, ci siamo scelti il manifesto più difficile, stravolgente e contromano che si possa pensare. Ma se accogli le Beatitudini la loro logica ti cambia il cuore. E possono cambiare il mondo. Ti cambiano sulla misura di Dio.

Dio non è imparziale, ha un debole per i deboli, incomincia dagli ultimi, dalle periferie della Storia, per cambiare il mondo, perché non avanzi per le vittorie dei più forti, ma per semine di giustizia e per raccolti di pace.

Chi è custode di speranza per il cammino della terra? Gli uomini più ricchi, i personaggi di successo o non invece gli affamati di giustizia per sé e per gli altri? I lottatori che hanno passione, ma senza violenza? Chi regala sogni al cuore? Chi è più armato, più forte e scaltro? o non invece il tessitore segreto della pace, il non violento, chi ha gli occhi limpidi e il cuore bambino e senza inganno?

Le Beatitudini sono il cuore del Vangelo e al cuore del vangelo c’è un Dio che si prende cura della gioia dell’uomo.

Non un elenco di ordini o precetti, ma la bella notizia che Dio regala vita a chi produce amore, che se uno si fa carico della felicità di qualcuno, il Padre si fa carico della sua felicità. Non solo, ma sono beati anche quelli che non hanno compiuto azioni speciali, i poveri, i poveri senza aggettivi, tutti quelli che l’ingiustizia del mondo condanna alla sofferenza.

Beati voi poveri, perché vostro è il Regno, già adesso, non nell’altro mondo! Beati, perché c’è più Dio in voi. E quindi più speranza, ed è solo la speranza che crea storia.

Beati quelli che piangono… e non vuol dire: felici quando state male! Ma: In piedi voi che piangete, coraggio, in cammino, Dio sta dalla vostra parte e cammina con voi, forza della vostra forza!

Beati i misericordiosi… Loro ci mostrano che i giorni sconfinano nell’eterno, loro che troveranno per sé ciò che hanno regalato alla vita d’altri: troveranno misericordia, bagaglio di terra per il viaggio di cielo, equipaggiamento per il lungo esodo verso il cuore di Dio.

A ricordarci che la nostra morte è la parte della vita che dà sull’altrove.  Quell’altrove che sconfina in Dio.

don Alfredo Di Stefano

 

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SAN Lorenzo Parrocchia IT - ECHI DI VITA 2020 N 43

2020 – Echi di Vita N°43 – UN DIO CAPACE DI MOLTIPLICARE IL CUORE

Qual è il più grande comandamento?

Amerai con tutto… con tutto… con tuttoPer tre volte Gesù ripete l’appello alla totalità, all’impossibile. Perché l’uomo ama, ma solo Dio ama con tutto il cuore.

Ripete due parole antiche e note, ma aggiunge: la seconda è simile alla prima. Amerai il prossimo è simile ad amerai Dio. Il prossimo è simile a Dio. Questo è lo scandalo, la grande rivoluzione portata dal vangelo. Ama Dio con tutto il cuore. Eppure, resta ancora del cuore per amare il marito, la moglie, il figlio, l’amico, il prossimo e, per i discepoli veri, perfino il nemico.

Dio non ruba il cuore, lo moltiplica. E questo perché lo ha fatto più grande di tutte le cose create messe insieme. Lo scriba domanda un comandamento, Gesù risponde con due inviti, ma dentro raccoglie tre oggetti d’amore e proietta il cuore in tre direzioni: ama il tuo Signore, ama il tuo prossimo, come ami te stesso. Terzo comandamento sempre dimenticato. Perché se non ami te stesso, non sarai capace di amare nessuno, saprai solo prendere e possedere, fuggire o violare, senza gioia né gratitudine.

Nostro orizzonte è questo cuore a più voci.

Ama Dio con tutto il cuore non significa ama lui solamente, ma amalo senza mezze misure, senza mediocrità.

Allo stesso modo amerai con tutto il cuore il tuo amico, il tuo familiare, lo amerai senza calcolo e senza inganno. Abbiamo bisogno, tutti, di molto amore per vivere bene.

Il contrario dell’amore non è l’odio, ma l’indifferenza.

L’odio è spesso una variante impazzita dell’amore. L’indifferenza invece riduce a nulla l’altro: non lo vedi neppure, non esiste più. E nessuno ha il diritto di ridurre a nulla un uomo.

L’indifferenza avvelena la terra, ruba vita agli altri, uccide e lascia morire; è la linfa segreta del male.

Amerai: non sarai mai indifferente!

 

Non credere che basti amare Dio. Lo facevano anche i farisei nel tempio di Gerusalemme.

Non puoi amare Dio e disprezzare i fratelli. Il prossimo ha corpo, voce, cuore simili a Dio.

 

Non credere che basti amare il prossimo, dicendo: io mi impegno per i poveri, per la pace, la giustizia: questo è il mio modo di pregare. Dio è lì, nei piccoli, ma è anche l’alfa e l’omega, eternità della vita, l’unico che cambia il cuore, l’Altro che viene perché il mondo sia altro da quello che è.

 

Non separiamo i due comandamenti, ad essi siamo crocifissi, come alle due braccia della nostra croce, come alla nostra risurrezione.

don Alfredo Di Stefano

 

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San Lorenzo Parrocchia IT - ECHI DI VITA 2020 N 42

2020 – Echi di Vita N°42 – FRATELLI TUTTI, FIGLI DI UN UNICO PADRE, NELLA STESSA BARCA

Signore, sali sulla nostra barca!

Tra vivide luci e ombre scure

la nostra barca, fragile e incerta,

lotta contro tempeste improvvise.

Con le mani stanche e lo sguardo perso

sentiamo la Tua voce dalla riva lontana:

sei con noi, Gesù, e la tua presenza

ci dona coraggio e conforto.

 

Fratelli tutti, figli di un unico Padre, nella stessa barca.

 

Signore, svegliati!

Mai arresi alla forza del mare,

tratteniamo il fiato e le vele,

tenendo a galla la barca e la calma.

Risvegliamo la bellezza dell’alba,

cresciamo responsabili nel Regno di Dio,

cercando umili la sua volontà

con purezza e sapienza di cuore.

 

Fratelli tutti, figli di un unico Padre, nella stessa barca.

 

Signore, salvaci!

Ti preghiamo con fede, Gesù,

noi sulla barca e sulla riva  la folla

che aspetta da Te gesti, miracoli e parole.

Viviamo insieme la gioia pasquale

che ci strappa dai recessi del nostro egoismo

per diffondere intorno profumo di pane,

segni d’ amore e di fraternità.

 

Fratelli tutti, figli di un unico Padre, nella stessa barca.

 

Tu che vivi e regni nei secoli dei secoli. Amen.

Don Alfredo

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SAN Lorenzo Parrocchia IT - ECHI DI VITA 2020 N 41 - IMG Evidenza

2020 – Echi di Vita N°41 – SIAMO MENDICANTI D’AMORE INVITATI AD UNA FESTA

Il regno dei cieli è simile a una festa.

Eppure nella affannata città degli uomini nessuno sembra interessato: gli invitati non volevano venire… forse temono una festa senza cuore, il formalismo di tutti, l’indifferenza reciproca.

Non volevano venire, forse perché presi dai loro affari, dalla liturgia del lavoro e del guadagno, dalle cose importanti da fare; non hanno tempo, loro, per cose di poco conto: le persone, gli incontri, la festa. Hanno troppo da fare per vivere davvero.

Allora il re disse ai suoi servi: andate ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze. L’ordine del re è favoloso: tutti quelli che troverete, cattivi e buoni, senza badare a distinzioni, a meriti, a moralità. Invito solo all’apparenza casuale, che mostra invece la chiara volontà del re che nessuno sia escluso.

È bello questo Dio che, quando è rifiutato, anziché abbassare le attese, le alza: chiamate tutti! Che non si arrende alle prime difficoltà e che non permette, non accetta che ci arrendiamo, con Lui c’è sempre un «dopo».

Un Re che apre, allarga, gioca al rilancio, va più lontano; e dai molti invitati passa a tutti invitati: ed entrarono tutti, cattivi e buoni. Addirittura prima i cattivi… Non perché facciano qualcosa per lui, ma perché lo lascino essere Dio! Alla fine la sala si riempì di commensali.

Un invitato però non indossa l’abito delle nozze: amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?

Di che cosa è simbolo quell’abito, il migliore che avrebbe dovuto possedere? Di un comportamento senza macchie?

No, nella sala si mescolano brave persone e cattivi soggetti. Indica il meglio di noi stessi: quella trama nuziale che è la chiave di volta di tutta la Bibbia, la fede come una storia d’amore. Dal momento che Dio ti mette in vita, ti invita alle nozze con lui.

Quell’invitato si è sbagliato su Dio e quindi su se stesso, sulla vita, su tutto: non ha capito che Dio viene come uno Sposo, intimo a te come un amante, esperto di feste: che si fa festa in cielo per un peccatore pentito, per un figlio che torna, per ogni mendicante d’amore che trova e restituisce un sorso d’amore, una sorsata di vita.

don Algredo Di Stefano

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SAN Lorenzo Parrocchia IT - ECHI DI VITA 2020 N 40

2020 – Echi di Vita N°40 – NELLA NOSTRA VIGNA LA VENDEMMIA AVVIENE OGNI GIORNO

Vigna d’uva selvatica in Isaia, vendemmia di sangue nel Vangelo di Matteo: è la domenica delle delusioni di Dio.

Isaia e Matteo raccontano la cura appassionata di chi ha piantato la vigna, l’ha cinta come un abbraccio, vi ha scavato un tino, eretto una torre, e poi l’ha affidata alle cure d’altri: e inizia la storia perenne di un amore e di un tradimento.

Da un lato la nobiltà d’animo del padrone, dall’altro la brutalità violenta e stupida dei vignaioli. Eppure il tradimento dell’uomo non è in grado di fermare il piano di Dio: la vigna darà frutto e Dio non sprecherà la sua eternità in vendette.

 

Nelle vigne è stagione di frutti. In noi invece la vendemmia avviene ogni giorno, viene con le persone che cercano pane, Vangelo, giustizia, un po’ di coraggio e una breccia di luce. Cosa trovano in noi?

Vino buono o uva acerba?

 

Tutti cadiamo nell’errore dei vignaioli: l’atteggiamento sterile di calcolare e prendere ciò che la vigna (che è lo Stato, la Chiesa, il gruppo, la famiglia, la comunità), gli altri ci possono dare. Anziché preoccuparci di ciò che noi possiamo donare, far nascere e maturare.

Ci arroghiamo il ruolo di vendemmiatori, anziché quello di servitori della vita. Anzi, il mio ruolo più vero è quello di una piccola vite, di un tralcio innestato su Cristo, chiamato a dare frutto, senza contare, per la fame e la gioia d’altri.

Il sapore profondo di questo frutto è espresso da Isaia: «aspettavo giustizia, attendevo rettitudine, non più grida di oppressi, non più sangue».

Il frutto che Dio attende è una storia che non generi più oppressi, sangue, ingiustizia e volti umiliati.

«Cosa farà il padrone della vigna, dopo l’uccisione del Figlio?».

 

La soluzione proposta dai Giudei è logica: una vendetta esemplare, nuovi vignaioli, nuovi tributi. La loro idea di giustizia è riportare le cose un passo indietro, ritornare a prima del delitto, mantenendo intatto il ciclo immutabile del dare e dell’avere.

Ma Gesù non è d’accordo e introduce la novità propria del Vangelo.

Il sogno di Dio non è il tributo pagato, ma una vigna che non maturi più grappoli rossi di sangue e amari di lacrime, ma grappoli gonfi di sole e di luce.

Per questo è venuto Cristo, vite e vino di festa. Su di lui mi fondo, in lui mi innesto, di lui mi disseto, di lui godo. Cresco di lui, che riempie di vita le strade del mondo, di vino buono le giare di Cana.

don Alfredo Di Stefano

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SAN Lorenzo Parrocchia IT - ECHI DI VITA 2020 N 39

2020 – Echi di Vita N°39 – LE CONTRADDIZIONI DEL NOSTRO CUORE

Un uomo aveva due figli. E si potrebbe dire: un uomo aveva due cuori. Perché quei due figli sono il nostro cuore diviso, un cuore che dice sì e che dice no, un cuore che prima dice e poi si contraddice.

Vangelo delle nostre contraddizioni: e riuscissimo noi a svelare cosa nasconde la notte del cuore!

È il contrasto eterno tra persona e personaggio: il primo figlio, quello che dice sì e poi non agisce, cui basta sembrare buono, che cura le apparenze, fa il personaggio.

Così sono io: dico sì, uso il nome di Dio, e poi non faccio niente per questa vigna di uve aspre che è il mondo; uso e abuso del nome di Dio e poi giro lo sguardo dall’altra parte se vedo un uomo a terra o un’ingiustizia cui oppormi.

Il secondo figlio, i cui passi lo portano, alla fine, nella vigna di Dio e degli uomini, a lavorare –anche in segreto, poco importa– per un frutto che sia buono, è invece persona.

Personaggio è ciascuno di noi quando agisce per la scena, per l’applauso del pubblico, quando le cose da fare non valgono per sé, ma solo se ricevono approvazione presso gli altri, un burattino i cui fili sono tirati dalla vanità, dall’apparire, dall’immagine.

Persona invece è ciascuno di noi quando agisce per convinzione, è se stesso in pubblico e in privato, di fronte o alle spalle, nel dire e nel fare.

Tutto il lavoro sui nostri due cuori consiste nel convertirli da personaggio a persona, per possedere, alla fine, tutto il proprio cuore.

Chi dei due figli ha compiuto la volontà del padre? L’alternativa reale si consuma non in rapporto alle parole del padre, ma in rapporto alla vigna.

Volontà del padre non è tanto l’ubbidienza, quanto la vigna da coltivare e da custodire.

Volontà del padre non è essere ubbidito, ma trasformare una porzione di selva in vigna, e i rovi in vendemmia, profezia di vino buono.

L’alternativa ultima è tra una vita inutile perché sterile e una vita fruttuosa di opere buone.

E il vangelo si diffonderà a partire da tutte le piccole vigne nascoste dove ciascuno si impegna a rendere meno arida la terra, meno soli gli uomini, meno contraddittorio il cuore.

don Alfredo Di Stefano

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SAN Lorenzo Parrocchia IT - ECHI DI VITA 2020 N 38

2020 – Echi di Vita N°38 – UNA BONTA’ CHE VA OLTRE LA GIUSTIZIA

Finalmente un Dio che non è un padrone, nemmeno il migliore dei padroni.

È altra cosa: è il Dio della bontà senza perché, che crea una vertigine nei normali pensieri, che trasgredisce le regole del mercato, che sa ancora saziarci di sorprese.

Intanto è il signore di una vigna: fra tutti i campi la vigna è quello dove il contadino investe più passione e più attese, con sudore e poesia, con pazienza e intelligenza. È il lavoro che più gli sta a cuore: per cinque volte infatti, da uno scuro all’altro, esce a cercare lavoratori.

E’ questa terra la passione di Dio, e coinvolge me nella sua custodia; è questa mia vita che gli sta a cuore, vigna da cui attende il frutto più gioioso. Eppure mi sento solidale con gli operai della prima ora che contestano: non è giusto dare la medesima paga a chi fatica molto e a chi lavora soltanto un’ora.

È vero: non è giusto. Ma la bontà va oltre la giustizia. La giustizia non basta per essere uomini. Tanto meno basta per essere Dio. Neanche l’amore è giusto, è un’altra cosa, è di più.

Se, come Lui, metto al centro non il denaro, ma l’uomo; non la produttività, ma la persona; se metto al centro quell’uomo concreto, quello delle cinque del pomeriggio, un bracciante senza terra e senza lavoro, con i figli che hanno fame e la mensa vuota, allora non posso contestare chi intende assicurare la vita d’altri oltre alla mia.

Dio è diverso, ma è diversa pienezza.

Non è un Dio che conta o che sottrae, ma un Dio che aggiunge continuamente un di più. Che intensifica la tua giornata e moltiplica il frutto del tuo lavoro.

Non fermarti a cercare il perché dell’uguaglianza della paga, è un dettaglio, osserva piuttosto l’accrescimento, l’incremento di vita inatteso che si espande sui lavoratori.

Nel cuore di Dio cerco un perché. E capisco che le sue bilance non sono quantitative, davanti a Lui non è il mio diritto o la mia giustizia che pesano, ma il mio bisogno. Allora non calcolo più i miei meri­ti, ma conto sulla sua bontà.

Dio non si merita, si accoglie.

Ti dispiace che io sia buono? No, Signore, non mi dispiace, perché sono l’ultimo bracciante e tutto è dono. No, non mi dispiace perché so che verrai a cercarmi anche se si sarà fatto tardi. Non mi dispiace che tu sia buono. Anzi.

Sono felice che tu sia così, un Dio buono che sovrasta le pareti meschine del mio cuore fariseo, affinché il mio sguardo opaco diventi capace di gustare il bene.

don Alfredo Di Stefano

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