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SAN Lorenzo Parrocchia IT - ECHI DI VITA 2020 N 44

2020 – Echi di Vita N°44 – BEATITUDINI: DIO REGALA VITA A CHI PRODUCE AMORE

Le Beatitudini, che Gandhi chiamava «le parole più alte che l’umanità abbia ascoltato», fanno da collante tra le due feste dei santi e dei defunti.

La liturgia propone il Vangelo delle Beatitudini come luce che non raggiunge solo i migliori tra noi, i santi, ma si posa su tutti i fratelli che sono andati avanti. Una luce in cui siamo dentro tutti: poveri, sognatori, ingenui, piangenti feriti, e i ricomincianti.

Quando le ascoltiamo in chiesa ci sembrano possibili e perfino belle, poi usciamo e ci accorgiamo che per abitare la terra, questo mondo aggressivo e duro, ci siamo scelti il manifesto più difficile, stravolgente e contromano che si possa pensare. Ma se accogli le Beatitudini la loro logica ti cambia il cuore. E possono cambiare il mondo. Ti cambiano sulla misura di Dio.

Dio non è imparziale, ha un debole per i deboli, incomincia dagli ultimi, dalle periferie della Storia, per cambiare il mondo, perché non avanzi per le vittorie dei più forti, ma per semine di giustizia e per raccolti di pace.

Chi è custode di speranza per il cammino della terra? Gli uomini più ricchi, i personaggi di successo o non invece gli affamati di giustizia per sé e per gli altri? I lottatori che hanno passione, ma senza violenza? Chi regala sogni al cuore? Chi è più armato, più forte e scaltro? o non invece il tessitore segreto della pace, il non violento, chi ha gli occhi limpidi e il cuore bambino e senza inganno?

Le Beatitudini sono il cuore del Vangelo e al cuore del vangelo c’è un Dio che si prende cura della gioia dell’uomo.

Non un elenco di ordini o precetti, ma la bella notizia che Dio regala vita a chi produce amore, che se uno si fa carico della felicità di qualcuno, il Padre si fa carico della sua felicità. Non solo, ma sono beati anche quelli che non hanno compiuto azioni speciali, i poveri, i poveri senza aggettivi, tutti quelli che l’ingiustizia del mondo condanna alla sofferenza.

Beati voi poveri, perché vostro è il Regno, già adesso, non nell’altro mondo! Beati, perché c’è più Dio in voi. E quindi più speranza, ed è solo la speranza che crea storia.

Beati quelli che piangono… e non vuol dire: felici quando state male! Ma: In piedi voi che piangete, coraggio, in cammino, Dio sta dalla vostra parte e cammina con voi, forza della vostra forza!

Beati i misericordiosi… Loro ci mostrano che i giorni sconfinano nell’eterno, loro che troveranno per sé ciò che hanno regalato alla vita d’altri: troveranno misericordia, bagaglio di terra per il viaggio di cielo, equipaggiamento per il lungo esodo verso il cuore di Dio.

A ricordarci che la nostra morte è la parte della vita che dà sull’altrove.  Quell’altrove che sconfina in Dio.

don Alfredo Di Stefano

 

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SAN Lorenzo Parrocchia IT - ECHI DI VITA 2020 N 43

2020 – Echi di Vita N°43 – UN DIO CAPACE DI MOLTIPLICARE IL CUORE

Qual è il più grande comandamento?

Amerai con tutto… con tutto… con tuttoPer tre volte Gesù ripete l’appello alla totalità, all’impossibile. Perché l’uomo ama, ma solo Dio ama con tutto il cuore.

Ripete due parole antiche e note, ma aggiunge: la seconda è simile alla prima. Amerai il prossimo è simile ad amerai Dio. Il prossimo è simile a Dio. Questo è lo scandalo, la grande rivoluzione portata dal vangelo. Ama Dio con tutto il cuore. Eppure, resta ancora del cuore per amare il marito, la moglie, il figlio, l’amico, il prossimo e, per i discepoli veri, perfino il nemico.

Dio non ruba il cuore, lo moltiplica. E questo perché lo ha fatto più grande di tutte le cose create messe insieme. Lo scriba domanda un comandamento, Gesù risponde con due inviti, ma dentro raccoglie tre oggetti d’amore e proietta il cuore in tre direzioni: ama il tuo Signore, ama il tuo prossimo, come ami te stesso. Terzo comandamento sempre dimenticato. Perché se non ami te stesso, non sarai capace di amare nessuno, saprai solo prendere e possedere, fuggire o violare, senza gioia né gratitudine.

Nostro orizzonte è questo cuore a più voci.

Ama Dio con tutto il cuore non significa ama lui solamente, ma amalo senza mezze misure, senza mediocrità.

Allo stesso modo amerai con tutto il cuore il tuo amico, il tuo familiare, lo amerai senza calcolo e senza inganno. Abbiamo bisogno, tutti, di molto amore per vivere bene.

Il contrario dell’amore non è l’odio, ma l’indifferenza.

L’odio è spesso una variante impazzita dell’amore. L’indifferenza invece riduce a nulla l’altro: non lo vedi neppure, non esiste più. E nessuno ha il diritto di ridurre a nulla un uomo.

L’indifferenza avvelena la terra, ruba vita agli altri, uccide e lascia morire; è la linfa segreta del male.

Amerai: non sarai mai indifferente!

 

Non credere che basti amare Dio. Lo facevano anche i farisei nel tempio di Gerusalemme.

Non puoi amare Dio e disprezzare i fratelli. Il prossimo ha corpo, voce, cuore simili a Dio.

 

Non credere che basti amare il prossimo, dicendo: io mi impegno per i poveri, per la pace, la giustizia: questo è il mio modo di pregare. Dio è lì, nei piccoli, ma è anche l’alfa e l’omega, eternità della vita, l’unico che cambia il cuore, l’Altro che viene perché il mondo sia altro da quello che è.

 

Non separiamo i due comandamenti, ad essi siamo crocifissi, come alle due braccia della nostra croce, come alla nostra risurrezione.

don Alfredo Di Stefano

 

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San Lorenzo Parrocchia IT - ECHI DI VITA 2020 N 42

2020 – Echi di Vita N°42 – FRATELLI TUTTI, FIGLI DI UN UNICO PADRE, NELLA STESSA BARCA

Signore, sali sulla nostra barca!

Tra vivide luci e ombre scure

la nostra barca, fragile e incerta,

lotta contro tempeste improvvise.

Con le mani stanche e lo sguardo perso

sentiamo la Tua voce dalla riva lontana:

sei con noi, Gesù, e la tua presenza

ci dona coraggio e conforto.

 

Fratelli tutti, figli di un unico Padre, nella stessa barca.

 

Signore, svegliati!

Mai arresi alla forza del mare,

tratteniamo il fiato e le vele,

tenendo a galla la barca e la calma.

Risvegliamo la bellezza dell’alba,

cresciamo responsabili nel Regno di Dio,

cercando umili la sua volontà

con purezza e sapienza di cuore.

 

Fratelli tutti, figli di un unico Padre, nella stessa barca.

 

Signore, salvaci!

Ti preghiamo con fede, Gesù,

noi sulla barca e sulla riva  la folla

che aspetta da Te gesti, miracoli e parole.

Viviamo insieme la gioia pasquale

che ci strappa dai recessi del nostro egoismo

per diffondere intorno profumo di pane,

segni d’ amore e di fraternità.

 

Fratelli tutti, figli di un unico Padre, nella stessa barca.

 

Tu che vivi e regni nei secoli dei secoli. Amen.

Don Alfredo

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SAN Lorenzo Parrocchia IT - ECHI DI VITA 2020 N 41 - IMG Evidenza

2020 – Echi di Vita N°41 – SIAMO MENDICANTI D’AMORE INVITATI AD UNA FESTA

Il regno dei cieli è simile a una festa.

Eppure nella affannata città degli uomini nessuno sembra interessato: gli invitati non volevano venire… forse temono una festa senza cuore, il formalismo di tutti, l’indifferenza reciproca.

Non volevano venire, forse perché presi dai loro affari, dalla liturgia del lavoro e del guadagno, dalle cose importanti da fare; non hanno tempo, loro, per cose di poco conto: le persone, gli incontri, la festa. Hanno troppo da fare per vivere davvero.

Allora il re disse ai suoi servi: andate ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze. L’ordine del re è favoloso: tutti quelli che troverete, cattivi e buoni, senza badare a distinzioni, a meriti, a moralità. Invito solo all’apparenza casuale, che mostra invece la chiara volontà del re che nessuno sia escluso.

È bello questo Dio che, quando è rifiutato, anziché abbassare le attese, le alza: chiamate tutti! Che non si arrende alle prime difficoltà e che non permette, non accetta che ci arrendiamo, con Lui c’è sempre un «dopo».

Un Re che apre, allarga, gioca al rilancio, va più lontano; e dai molti invitati passa a tutti invitati: ed entrarono tutti, cattivi e buoni. Addirittura prima i cattivi… Non perché facciano qualcosa per lui, ma perché lo lascino essere Dio! Alla fine la sala si riempì di commensali.

Un invitato però non indossa l’abito delle nozze: amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?

Di che cosa è simbolo quell’abito, il migliore che avrebbe dovuto possedere? Di un comportamento senza macchie?

No, nella sala si mescolano brave persone e cattivi soggetti. Indica il meglio di noi stessi: quella trama nuziale che è la chiave di volta di tutta la Bibbia, la fede come una storia d’amore. Dal momento che Dio ti mette in vita, ti invita alle nozze con lui.

Quell’invitato si è sbagliato su Dio e quindi su se stesso, sulla vita, su tutto: non ha capito che Dio viene come uno Sposo, intimo a te come un amante, esperto di feste: che si fa festa in cielo per un peccatore pentito, per un figlio che torna, per ogni mendicante d’amore che trova e restituisce un sorso d’amore, una sorsata di vita.

don Algredo Di Stefano

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SAN Lorenzo Parrocchia IT - ECHI DI VITA 2020 N 40

2020 – Echi di Vita N°40 – NELLA NOSTRA VIGNA LA VENDEMMIA AVVIENE OGNI GIORNO

Vigna d’uva selvatica in Isaia, vendemmia di sangue nel Vangelo di Matteo: è la domenica delle delusioni di Dio.

Isaia e Matteo raccontano la cura appassionata di chi ha piantato la vigna, l’ha cinta come un abbraccio, vi ha scavato un tino, eretto una torre, e poi l’ha affidata alle cure d’altri: e inizia la storia perenne di un amore e di un tradimento.

Da un lato la nobiltà d’animo del padrone, dall’altro la brutalità violenta e stupida dei vignaioli. Eppure il tradimento dell’uomo non è in grado di fermare il piano di Dio: la vigna darà frutto e Dio non sprecherà la sua eternità in vendette.

 

Nelle vigne è stagione di frutti. In noi invece la vendemmia avviene ogni giorno, viene con le persone che cercano pane, Vangelo, giustizia, un po’ di coraggio e una breccia di luce. Cosa trovano in noi?

Vino buono o uva acerba?

 

Tutti cadiamo nell’errore dei vignaioli: l’atteggiamento sterile di calcolare e prendere ciò che la vigna (che è lo Stato, la Chiesa, il gruppo, la famiglia, la comunità), gli altri ci possono dare. Anziché preoccuparci di ciò che noi possiamo donare, far nascere e maturare.

Ci arroghiamo il ruolo di vendemmiatori, anziché quello di servitori della vita. Anzi, il mio ruolo più vero è quello di una piccola vite, di un tralcio innestato su Cristo, chiamato a dare frutto, senza contare, per la fame e la gioia d’altri.

Il sapore profondo di questo frutto è espresso da Isaia: «aspettavo giustizia, attendevo rettitudine, non più grida di oppressi, non più sangue».

Il frutto che Dio attende è una storia che non generi più oppressi, sangue, ingiustizia e volti umiliati.

«Cosa farà il padrone della vigna, dopo l’uccisione del Figlio?».

 

La soluzione proposta dai Giudei è logica: una vendetta esemplare, nuovi vignaioli, nuovi tributi. La loro idea di giustizia è riportare le cose un passo indietro, ritornare a prima del delitto, mantenendo intatto il ciclo immutabile del dare e dell’avere.

Ma Gesù non è d’accordo e introduce la novità propria del Vangelo.

Il sogno di Dio non è il tributo pagato, ma una vigna che non maturi più grappoli rossi di sangue e amari di lacrime, ma grappoli gonfi di sole e di luce.

Per questo è venuto Cristo, vite e vino di festa. Su di lui mi fondo, in lui mi innesto, di lui mi disseto, di lui godo. Cresco di lui, che riempie di vita le strade del mondo, di vino buono le giare di Cana.

don Alfredo Di Stefano

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SAN Lorenzo Parrocchia IT - ECHI DI VITA 2020 N 39

2020 – Echi di Vita N°39 – LE CONTRADDIZIONI DEL NOSTRO CUORE

Un uomo aveva due figli. E si potrebbe dire: un uomo aveva due cuori. Perché quei due figli sono il nostro cuore diviso, un cuore che dice sì e che dice no, un cuore che prima dice e poi si contraddice.

Vangelo delle nostre contraddizioni: e riuscissimo noi a svelare cosa nasconde la notte del cuore!

È il contrasto eterno tra persona e personaggio: il primo figlio, quello che dice sì e poi non agisce, cui basta sembrare buono, che cura le apparenze, fa il personaggio.

Così sono io: dico sì, uso il nome di Dio, e poi non faccio niente per questa vigna di uve aspre che è il mondo; uso e abuso del nome di Dio e poi giro lo sguardo dall’altra parte se vedo un uomo a terra o un’ingiustizia cui oppormi.

Il secondo figlio, i cui passi lo portano, alla fine, nella vigna di Dio e degli uomini, a lavorare –anche in segreto, poco importa– per un frutto che sia buono, è invece persona.

Personaggio è ciascuno di noi quando agisce per la scena, per l’applauso del pubblico, quando le cose da fare non valgono per sé, ma solo se ricevono approvazione presso gli altri, un burattino i cui fili sono tirati dalla vanità, dall’apparire, dall’immagine.

Persona invece è ciascuno di noi quando agisce per convinzione, è se stesso in pubblico e in privato, di fronte o alle spalle, nel dire e nel fare.

Tutto il lavoro sui nostri due cuori consiste nel convertirli da personaggio a persona, per possedere, alla fine, tutto il proprio cuore.

Chi dei due figli ha compiuto la volontà del padre? L’alternativa reale si consuma non in rapporto alle parole del padre, ma in rapporto alla vigna.

Volontà del padre non è tanto l’ubbidienza, quanto la vigna da coltivare e da custodire.

Volontà del padre non è essere ubbidito, ma trasformare una porzione di selva in vigna, e i rovi in vendemmia, profezia di vino buono.

L’alternativa ultima è tra una vita inutile perché sterile e una vita fruttuosa di opere buone.

E il vangelo si diffonderà a partire da tutte le piccole vigne nascoste dove ciascuno si impegna a rendere meno arida la terra, meno soli gli uomini, meno contraddittorio il cuore.

don Alfredo Di Stefano

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SAN Lorenzo Parrocchia IT - ECHI DI VITA 2020 N 38

2020 – Echi di Vita N°38 – UNA BONTA’ CHE VA OLTRE LA GIUSTIZIA

Finalmente un Dio che non è un padrone, nemmeno il migliore dei padroni.

È altra cosa: è il Dio della bontà senza perché, che crea una vertigine nei normali pensieri, che trasgredisce le regole del mercato, che sa ancora saziarci di sorprese.

Intanto è il signore di una vigna: fra tutti i campi la vigna è quello dove il contadino investe più passione e più attese, con sudore e poesia, con pazienza e intelligenza. È il lavoro che più gli sta a cuore: per cinque volte infatti, da uno scuro all’altro, esce a cercare lavoratori.

E’ questa terra la passione di Dio, e coinvolge me nella sua custodia; è questa mia vita che gli sta a cuore, vigna da cui attende il frutto più gioioso. Eppure mi sento solidale con gli operai della prima ora che contestano: non è giusto dare la medesima paga a chi fatica molto e a chi lavora soltanto un’ora.

È vero: non è giusto. Ma la bontà va oltre la giustizia. La giustizia non basta per essere uomini. Tanto meno basta per essere Dio. Neanche l’amore è giusto, è un’altra cosa, è di più.

Se, come Lui, metto al centro non il denaro, ma l’uomo; non la produttività, ma la persona; se metto al centro quell’uomo concreto, quello delle cinque del pomeriggio, un bracciante senza terra e senza lavoro, con i figli che hanno fame e la mensa vuota, allora non posso contestare chi intende assicurare la vita d’altri oltre alla mia.

Dio è diverso, ma è diversa pienezza.

Non è un Dio che conta o che sottrae, ma un Dio che aggiunge continuamente un di più. Che intensifica la tua giornata e moltiplica il frutto del tuo lavoro.

Non fermarti a cercare il perché dell’uguaglianza della paga, è un dettaglio, osserva piuttosto l’accrescimento, l’incremento di vita inatteso che si espande sui lavoratori.

Nel cuore di Dio cerco un perché. E capisco che le sue bilance non sono quantitative, davanti a Lui non è il mio diritto o la mia giustizia che pesano, ma il mio bisogno. Allora non calcolo più i miei meri­ti, ma conto sulla sua bontà.

Dio non si merita, si accoglie.

Ti dispiace che io sia buono? No, Signore, non mi dispiace, perché sono l’ultimo bracciante e tutto è dono. No, non mi dispiace perché so che verrai a cercarmi anche se si sarà fatto tardi. Non mi dispiace che tu sia buono. Anzi.

Sono felice che tu sia così, un Dio buono che sovrasta le pareti meschine del mio cuore fariseo, affinché il mio sguardo opaco diventi capace di gustare il bene.

don Alfredo Di Stefano

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SAN Lorenzo Parrocchia IT - ECHI DI VITA 2020 N 37

2020 – Echi di Vita N°37 – LA MISURA DEL PERDONO NON E’ MAI COLMA

“Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette”. Cioè, sempre.

L’unica misura del perdono è perdonare senza misura. Ma perché farlo? La risposta è semplice e alta: perché così fa Dio.

 

Gesù lo spiega con la parabola dei due debitori. Il primo doveva una cifra iperbolica al suo re, qualcosa che non sarebbe mai riuscito a pagare: allora, gettatosi a terra, lo supplicava. E il re provò compassione. Sente come sua l’angoscia del servo, essa conta più dei suoi diritti, pesa più di diecimila talenti, allarga il cuore del re.

 

C’è un modo regale di stare nel mondo, un modo divino, e risiede nella larghezza di cuore: sa perdonare chi è più grande e più forte. E in opposizione a questo cuore regale ecco il cuore servile: appena uscito quel servo trovò un altro servo…

Appena uscito, non una settimana dopo, non il giorno dopo, non un’ora dopo. Appena uscito, ancora immerso in una gioia insperata, appena liberato, appena restituito al futuro e alla famiglia, appena fatta l’esperienza di un cuore regale, preso il suo compagno per il collo lo strangolava, gridando: ridammi le mie mille lire, lui, perdonato di miliardi.

 

Il servo perdonato non agisce contro il diritto o la giustizia. È giusto, e spietato. È onesto, e al tempo stesso cattivo.

Quanto è facile essere giusti e spietati, onesti e cattivi! Perché non basta essere giusti per essere uomini, tanto meno per essere di Dio. Giustizia e diritto da soli non bastano a fare nuovo il mondo.

Anzi, l’estrema giustizia, “ridammi le mie mille lire”, può contenere la massima offesa all’uomo: presolo per il collo, lo strangolava.

Gesù propone l’illogica pietà: non dovevi anche tu avere pietà di lui, come io ho avuto pietà di te?

Perché avere pietà e perdonare? Per acquisire il cuore di Dio, immettere il suo divino disordine dentro l’equilibrio apparente del mondo. Perché niente vale quanto una vita. E allora occorre una dismisura, il perdono fino a settanta volte sette, un eccesso di pietà.

Occorre il perdono di cuore. È difficilissimo perdonare di cuore. Comporta un atto di fede, non d’intelligenza. Nell’uomo. Un atto di speranza, non di spontaneità. Nell’uomo.

Palestinesi ed israeliani usciranno dal loro equilibrio di paura e di morte solo con il coraggio di un atto di fede reciproca. Fede è dare fiducia all’altro, guardando non al passato, ma al futuro. Così fa Dio con me: mi perdona non come Colui che dimentica il mio passato, ma come Colui che mi sospinge oltre.

Dio perdona come un liberatore. Ti lancia in avanti. Ti fa salpare ancora verso albe intatte, come vento che gonfia le vele, supplemento d’energia. Ti perdona come atto di fede in te, cuore largo verso il tuo futuro.

don Alfredo Di Stefano

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SAN Lorenzo Parrocchia IT - ECHI DI VITA 2020 N 36

2020 – Echi di Vita N°36 – LA FATICA E LA GIOIA DI GUADAGNARE UN FRATELLO!

Mai senza l’altro.

Tema della prima lettura: ti ho fatto sentinella, custode, voce per i tuoi fratelli.

Tema di Paolo: avete un solo debito da versare ognuno nel cuore dell’altro, quello di un amore reciproco.

 

In una società di competizione, il cristiano è diverso: è custode, debitore, intercessore degli altri. Non un pretendente, ma un debitore grato. Verso i genitori, gli amici, coloro che ti fanno vivere perché ti vogliono bene.

In una società dove l’uomo è solo un essere sociale, il credente dice che questo non basta, che dove due o tre sono riuniti nel nome di Cristo, lì c’è Cristo stesso.

Dio seminato nei solchi dell’umanità.

 

Quando due o tre si guardano con pietà e verità, lì c’è Dio.

Quando un uomo dice ad una donna: tu sei carne della mia carne, vita della mia vita, lì c’è Dio, cuore del loro cuore, nodo degli amori, legame delle vite.

Quando un genitore e un figlio si guardano e si ascoltano con amore, lì c’è Dio.

Quando l’amico paga all’amico il debito del reciproco affetto, lì c’è Cristo, l’uomo perfetto, il fine della storia umana, punto focale dei desideri, gioia di ogni cuore, pienezza delle aspirazioni, forza che ti fa partire, energia che ti mette in cammino verso tuo fratello.

 

Se tuo fratello commette una colpa, tu va’, esci, prendi il sentiero, bussa alla sua porta.

Dio è una strada che ci porta gli uni verso gli altri.

Se tuo fratello sbaglia, tu va’, tu avvicinati, tu cammina verso di lui.

Che cosa mi autorizza a intervenire nella vita dell’altro?

 

Solo questa parola: fratello. Solo se porti il peso e la gioia dell’altro, se ne conosci le lacrime, se ne sei fratello, sei autorizzato ad ammonire.

Ciò che ci autorizza non è la verità, ma la fraternità. I cristiani sono coloro che fanno la verità nell’amore. Che non separano mai verità e amore. Per non farli morire. La verità senza amore porta a tutti i conflitti, alle guerre di religione. D’altro canto, l’amore senza verità è sterile, perché è amore per caso, fortuito, senza progetto né futuro.

 

Se ti ascolta, hai guadagnato tuo fratello. Questo verbo è stupendo: il fratello è un guadagno, un tesoro per te e per il mondo, un talento, una ricchezza per Dio e per la terra.

Per questo un celebre detto ebraico assicura: chi salva un solo uomo, salva il mondo intero. Perché Dio dona eternità a tutto ciò che di più bello ha seminato nel mondo, all’uomo fratello del cammino di ogni avventura di vita.

don Alfredo Di Stefano

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SAN Lorenzo Parrocchia IT - ECHI DI VITA 2020 N 35

2020 – Echi di Vita N°35 – PRENDERE LA CROCE PER TROVARE LA VITA

Con questo brano Matteo ci conduce allo spartiacque di tutto il suo Vangelo. Terminano i giorni dell’insegnamento, dell’ itineranza libera e felice sulle strade di Palestina, inizia il grande racconto della passione, morte e risurrezione: Gesù comincia a dire che deve molto soffrire e venire ucciso.

Da allora il centro dell’intera storia umana è il volto di un Dio crocifisso. Questo è lo scandalo del cristianesimo. Accettare Gesù come Messia è ancora ammissibile. Ma che il Messia debba terminare la sua vita con una morte orrenda, ecco ciò che è davvero inammissibile. Come se Pietro dicesse a Gesù: ma tu vuoi salvare questa storia naufraga lasciandoti uccidere? Ma non servirà. La terra è un immenso pianto, il mondo ha problemi enormi, bisogna risolverli; e tu pensi di farlo finendo in croce? Il mondo non sarà salvo per un crocifisso in più fra i milioni di crocifissi della storia. È una follia. Usa altri mezzi, il potere, la sacralità, il miracolo, l’autorità.

Ed è proprio questo che Gesù rifiuta. Sceglie invece il servizio, la povertà di spirito, la misericordia, la fame di giustizia, il cuore limpido, il costruire pace, la mitezza, la croce.

Che cos’è la croce di Cristo se non il patire di un Dio appassionato, l’affermazione alta che Dio ama altri più della sua stessa vita, che ha tanto amato il mondo da dare suo figlio?

La croce è il segnale massimo lanciato da Dio, il punto ultimo in cui tutto si incrocia: le vie del cielo, le vie del cuore, le vie della terra, dove tutto è scritto in lettere di sangue e d’amore, le uniche che non ingannano.

E per noi, per i discepoli che cos’è la croce? Per capirlo basta sostituire una parola. Se qualcuno vuol venire dietro a me, prenda su di sé tutto l’amore di cui è capace e mi segua.

La croce del discepolo non sono le fatiche, le malattie, il dolore quotidiano, cose inevitabili, ma solo da sopportare. La croce è da prendere, dice Gesù, è da scegliere, come riassunto di un destino e di un amore. E dice: ricordati che chi vive solo per sé muore; che il vero dramma dell’uomo non è perdere la vita, ma non avere nulla per cui valga la pena dare la vita; che non devi conformarti alla mentalità di questo mondo, ai suoi falsi valori, alle sue meschinità.

Il dramma del mondo non è che alcuni fanno il male, ma che la grande maggioranza non si oppone al male.

Non c’è pace se ci conformiamo a questo mondo; non c’è pace se ci conformiamo alla paura di un amore serio. Non c’è pace se dimentico che ho un’anima e che l’anima in me è il respiro di Dio. Questo respiro vale più di tutto il mondo. Senza di esso sarei niente, guadagnerei il mondo, ma perderei me stesso.

don Alfredo Di Stefano

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