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In poche parole le attività della nostra Parrocchia

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SAN Lorenzo Parrocchia IT - ECHI DI VITA 2022 N 32

2022 – Echi di Vita N°32 – Dio è al servizio della nostra felicità

Nell’ora che non immaginate viene il figlio dell’uomo. Viene, ma non come una minaccia o un rendiconto che incombe. Viene ogni giorno ed ogni notte e cerca un cuore attento.

La parabola del signore e dei servi è scandita in tre momenti.

 

Tutto prende avvio per l’assenza del signore, che se ne va e affida la casa ai suoi servi. Così Dio ha consegnato a noi il creato, come in principio l’Eden ad Adamo. Ci ha affidato la casa grande che è il mondo, perché ne siamo custodi con tutte le sue creature. E se ne va.

Dio, il grande assente, che crea e poi si ritira dalla sua creazione. La sua assenza ci pesa, eppure è la garanzia della nostra libertà.

Se Dio fosse qui visibile, inevitabile, incombente, chi si muoverebbe più? Un Dio che si impone sarà anche obbedito, ma non sarà amato da liberi figli.

 

Secondo momento: nella notte i servi vegliano e attendono il padrone; hanno cinti i fianchi, cioè sono pronti ad accoglierlo, a essere interamente per lui. Hanno le lucerne accese, perché è notte.

Anche quando è notte, quando le ombre si mettono in via; quando la fatica è tanta, quando la disperazione fa pressione alla porta del cuore, non mollare, continua a lavorare con amore e attenzione per la tua famiglia, la tua comunità, il tuo Paese, la madre terra. Con quel poco che hai, come puoi, meglio che puoi.

Vale molto di più accendere una piccola lampada nella notte che imprecare contro tutto il buio che ci circonda.

 

Perché poi arriva il terzo momento.

E se tornando il padrone li troverà svegli, beati quei servi. In verità vi dico, -quando dice così, assicura qualcosa di importante- li farà mettere a tavola e passerà a servirli.

È il capovolgimento dell’idea di padrone: il punto commovente, sublime di questo racconto, il momento straordinario, quando accade l’impensabile: il signore si mette a fare il servo! Dio viene e si pone a servizio della mia felicità!

 

Gesù ribadisce due volte, perché si imprima bene, l’atteggiamento sorprendente del signore: e passerà a servirli.

È l’immagine clamorosa che solo Gesù ha osato, di Dio nostro servitore, che solo lui ha mostrato cingendo un asciugamano. Allora non chiamiamolo più padrone, mai più, il Dio di Gesù Cristo, chino davanti a noi, le mani colme di doni.

 

Questo Dio è il solo che io servirò, tutti i giorni e tutte le notti della mia vita. Il solo che servirò perché è il solo che si è fatto mio servitore.

don Alfredo Di STefano

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SAN Lorenzo Parrocchia IT - ECHI DI VITA 2022 N 31

2022 – Echi di Vita N°31 – SIAMO RICCHI SOLO DI CIO’ CHE DONIAMO…

La campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante.

Una benedizione del cielo, secondo la visione biblica; un richiamo a vivere con molta attenzione, secondo la parabola di Gesù.

Nel Vangelo le regole che riguardano la ricchezza si possono ridurre essenzialmente a due soltanto:

  1. non accumulare;
  2. quello che hai ce l’hai per condividerlo.

Sono le stesse che incontriamo nel seguito della parabola. L’uomo ricco ragionava tra sé: come faccio con questa fortuna? Ecco, demolirò i miei magazzini e ne ricostruirò di più grandi. In questo modo potrò accumulare, controllare, contare e ricontare le mie ricchezze.

Scrive san Basilio Magno: «E se poi riempirai anche i nuovi granai con un nuovo raccolto, che cosa farai? Demolirai ancora e ancora ricostruirai? Con cura costruire, con cura demolire: cosa c’è di più insensato? Se vuoi, hai dei granai: sono nelle case dei poveri».

I granai dei poveri rappresentano la seconda regola evangelica: i beni personali possono e devono servire al bene comune. Invece l’uomo ricco è solo al centro del suo deserto di relazioni, avvolto dall’aggettivo «mio» (i miei beni, i miei raccolti, i miei magazzini, me stesso, anima mia), avviluppato da due vocali magiche e stregate «io» (demolirò, costruirò, raccoglierò…).

Esattamente l’opposto della visione che Gesù propone nel Padre Nostro, dove mai si dice «io», mai si usa il possessivo «mio», ma sempre «tu e tuo; noi e nostro», radice del mondo nuovo.

L’uomo ricco della parabola non ha un nome proprio, perché il denaro ha mangiato la sua anima, si è impossessato di lui, è diventato la sua stessa identità: è un ricco. Nessuno entra nel suo orizzonte, nessun «tu» a cui rivolgersi.

Uomo senza aperture, senza brecce e senza abbracci.

Ma questa non è vita. Infatti: stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta indietro la tua vita. Quell’uomo ha già allevato e nutrito la morte dentro di sé con le sue scelte. È già morto agli altri, e gli altri per lui.

La morte ha già fatto il nido nella sua casa. Perché, sottolinea la parabola, la tua vita non dipende dai tuoi beni, non dipende da ciò che uno ha, ma da ciò che uno dà. La vita vive di vita donata.

Noi siamo ricchi solo di ciò che abbiamo dato via. Alla fine dei giorni, sulla colonna dell’avere troveremo soltanto ciò che abbiamo avuto il coraggio di mettere nella colonna del dare.

Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio. Chi accumula «per sé», lentamente muore.

Invece Dio regala gioia a chi produce amore; e chi si prede cura della felicità di qualcuno, aiuterà Dio a prendersi cura della sua felicità.

don Alfredo Di Stefano

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SAN Lorenzo Parrocchia IT - ECHI DI VITA 2022 N 30

2022 – Echi di Vita N°30 – ASSOMIGLIO A DIO PADRE?

I discepoli vedono Gesù in intimità profonda con Dio in un rapporto speciale con lui nella preghiera, e che ne parla loro continuamente. Anche i discepoli hanno questo desiderio, che è in fondo di ogni uomo, di trovare la giusta intimità e sintonia con l’Assoluto, con Dio. “Insegnaci a pregare” gli dicono, e Gesù risponde non tanto con una formula da imparare a memoria, ma con un atteggiamento profondo del cuore.

“Padre” è la prima parola della preghiera che troviamo in questo racconto dell’evangelista Luca e che corrisponde più o meno a quella dell’evangelista Matteo, anche se con parole un po’ diverse.

Dio è “padre”, come lo è il padre e direi anche la madre che tutti abbiamo. Dei nostri genitori noi portiamo spesso chiari i tratti del volto e del corpo, ma non sempre ci assomigliamo perché può capitare che non siamo nemmeno geneticamente identici come succede nelle adozioni o quando un figlio non è di entrambi i genitori.

Gesù chiama Dio “Padree insegna ai suoi discepoli a fare lo stesso, perché davvero Dio è così e vuole essere riconosciuto come tale nella vita del suo Figlio e dei suoi figli che oggi siamo noi.

Dire “Padre…” nella preghiera rivolta a Dio è prima di tutto una confessione di fede, perché dice che crediamo che Dio non è “banalmente” una “entità superiore” o “il Creatore”, con un volto e un comportamento indefiniti e distanti…

Dio è padre! Di Dio Padre vogliamo ritrovare nel nostro volto i suoi tratti, il suo stile, il suo modo di fare e soprattutto di amare.

Dire “Padre…” nella preghiera è anche un impegno ad assomigliargli sapendo che anche nel volto dei nostri simili, anche se di colore, età, condizione sociale, nazione e persino religione diversa, c’è qualcosa di Dio, del nostro Padre comune! In questo sta il fondamento nella fraternità universale che è alla base della nostra fede cristiana.

Ma pensando al Padre di tutti che è Dio, vorrei la stessa cosa, cioè arrivare a far sì che con il mio modo di fare, con la mia fede, con le mie parole, le mie scelte quotidiane, chi cerca Dio come Padre possa almeno un po’ scorgere in me i tratti del Suo volto vero, così come i discepoli li vedevano e li amavano nell’uomo Gesù.

don Alfredo Di Stefano

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SAN Lorenzo Parrocchia IT - ECHI DI VITA 2022 N 29

2022 – Echi di Vita N°29 – PRIMA AI SUOI PIEDI, POI DIETRO I SUOI PASSI…

Mentre si cammina dietro a Gesù si chiariscono tante cose, se lo si vuole. Altrimenti Lui rispetterà sempre la nostra libertà.

Intanto, si chiarisce ciò che si vorrebbe sempre mantenere in chiaroscuro, cioè, se davvero lo sto seguendo e perché lo sto seguendo: è il vangelo di due domeniche fa (Lc 9,57-62),  in cui il Signore smaschera i nostri disordini. E poi si chiarisce se, mentre lo seguo, ho l’immagine giusta di chi mi sta davanti: se non ha il volto misterioso e il cuore del buon Samaritano che si prende cura di me e di tutti, in realtà, sto seguendo il Dio fatto a mia immagine, o anche solo me stesso. È il vangelo di domenica scorsa.

Per Luca, che è un medico, il cammino dietro al Signore è prima di tutto terapeutico, non lo dimentichiamo. La terapia è guarire nella nostra relazione con Lui. Man mano che guarisce, tante cose e tante nostre relazioni vanno al loro posto.

Come al discepolo, anche al Maestro toccò l’esperienza di essere accolto oltre a quella di venir rifiutato. Ma, osservando le due donne protagoniste dell’accoglienza, ci accorgiamo che una incarna l’accoglienza che genera una relazione autentica; l’altra incarna un’accoglienza che ci sottrae o perlomeno inficia la relazione.

Marta, infatti, è così preoccupata dalle tante cose “da fare” per il suo ospite, che è indignata dalla posizione apparentemente passiva assunta da sua sorella Maria che invece Gesù approva!

Il che la induce a presentargli il suo reclamo ufficiale: intervenga subito a ripristinare l’ingiustizia di averla lasciata sola nei servizi! Se il Maestro è quello che è, sicuramente mi capirà!

Come sempre, se ci fermassimo all’apparenza, ci troveremmo tutti d’accordo con Marta. Se invece proseguiamo in silenzioso ascolto del testo, possiamo intuire, ancor prima di sentire cosa dice il Signore, che c’è qualcosa che non va nella sua richiesta. Che Marta è disturbata. È il disturbo di tantissimi cristiani che vivono ancora convinti che per incontrare il Signore Gesù bisogna, prima di tutto, fare per Lui molte cose. E dietro questa convinzione c’è l’idea che una relazione con Dio debba moltiplicare le fatiche, perché la sua presenza genera questo.

Maria invece sembra indicare, sedendosi ai piedi del Maestro, che la presenza del Signore genera ben altro. Il reclamo della sorella non la tocca per niente. Non dice niente, non replica. Notate lo splendido acquarello a supporto di questo povero commento: come risalta sovrana la libertà interiore di Maria!

Ci sono fratelli e sorelle che vivono così il loro servizio. In genere, sono dei bei motori turbo che si lamentano se gli altri non girano al loro regime di attività. E sono sempre molto osservatori della poca generosità e dinamicità altrui, magari fondando le loro considerazioni proprio sul vangelo del Samaritano che fa tante cose, oppure ricorrendo a massime spirituali prese qua e là.

Trovo dolcissimo l’ammonimento che Gesù fa a Marta e a tutti quelli che le assomigliano: Maria è la donna che in Gesù ha riconosciuto con gioia il Samaritano che le si è avvicinato per guarirla con olio e vino. Perciò è nella posizione giusta per agire e fare lo stesso per gli altri. Marta, invece, deve convertirsi in sua sorella Maria, se vuole che la sua fede non diventi un posto di blocco dove lamentarsi con Dio di non essere attento verso di lei e di non correggere gli altri!

don Alfredo Di Stefano

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SAN Lorenzo Parrocchia IT - ECHI DI VITA 2022 N 28

2022 – Echi di Vita N°28 – UMANITA’ IMPOSSIBILE SENZA COMPASSIONE…

Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico. Uno dei racconti più belli al mondo. Solo poche righe, di sangue, polvere e splendore.

Il mondo intero scende da Gerusalemme a Gerico. Nessuno può dire: io faccio un’altra strada, io non c’entro. Siamo tutti sulla medesima strada. E ci salveremo insieme o non ci sarà salvezza.

Un sacerdote scendeva per quella stessa strada. Il primo che passa è un prete, un rappresentante di Dio e del potere, vede l’uomo ferito ma passa oltre. Non passare oltre il sangue di Abele. Oltre non c’è nulla, tantomeno Dio, solo una religione sterile come la polvere.

Invece un samaritano, che era in viaggio, vide, ne ebbe compassione, si fece vicino. Un samaritano, gente ostile e disprezzata, che non frequenta il tempio, si ferma, si commuove, si fa prossimo.

Tutti termini di una carica infinita, bellissima, che grondano umanità. Non c’è umanità possibile senza compassione, il meno sentimentale dei sentimenti, senza prossimità, il meno zuccheroso, il più concreto. Il samaritano si avvicina. Non è spontaneo fermarsi, i briganti possono essere ancora nei dintorni. Avvicinarsi non è un istinto, è una conquista; la fraternità non è un dato ma un compito.

I primi tre gesti concreti: vedere, fermarsi, toccare, tracciano i primi tre passi della risposta a “chi è il mio prossimo?”.

Vedere e lasciarsi ferire dalle ferite dell’altro. Il mondo è un immenso pianto, e Dio naviga in questo fiume di lacrime, invisibili però a chi ha perduto gli occhi del cuore, come il sacerdote e il levita.

Fermarsi addosso alla vita che geme e si sta perdendo nella polvere della strada. Io ho fatto molto per questo mondo ogni volta che semplicemente sospendo la mia corsa per dire «eccomi, sono qui».

Toccare: il samaritano versa olio e vino, fascia le ferite dell’uomo, lo solleva, lo carica, lo porta. Toccare l’altro è parlargli silenziosamente con il proprio corpo, con la mano: «Non ho paura e non sono nemico». Toccare l’altro è la massima vicinanza, dirgli: «Sono qui per te»; accettare ciò che lui è, così com’è; toccare l’altro è un atto di riverenza, di riconoscimento, di venerazione per la bontà dell’intera sua persona.

Il racconto di Luca poi si muove rapido, mettendo in fila dieci verbi per descrivere l’amore fattivo: vide, ebbe compassione, si avvicinò, versò, fasciò, caricò, portò, si prese cura, pagò… fino al decimo verbo: al mio ritorno salderò

Questo è il nuovo decalogo, perché l’uomo sia promosso a uomo, perché la terra sia abitata da “prossimi” e non da briganti o nemici.

Al centro del messaggio di Gesù una parabola; al centro della parabola un uomo; un Crocifisso e quel verbo: Tu ameraiFa così, e troverai la vita.

don Alfredo Di Stefano

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